225850_1042872426925_812_nPremessa:

ho una scarsissima capacità di sintesi.

 

Disegno da che ho memoria di me.

Disegno sui libri, disegno sulle copertine dei cd (mio fratello a distanza di quasi 30 anni ancora mi ringrazia per avergli ripassato con un pennarellone viola la scritta “The Beatles – Past Masters volume two”).

Disegno sulle bambole, disegno sui vestiti delle bambole.

Immagino debba esser stato immensamente piacevole per mia madre ritrovarsi – a due ore dall’ acquisto – Barbie luci di stelle con il tulle verde anziché rosa confetto e la faccia scarabocchiata con la penna biro.

Ma la mia missione era una: personalizzare qualsiasi oggetto trovassi a portata di mano perché questo lo rendeva unico.

A una decina d’anni (onestamente credo più per esasperazione che per ammirazione) mia sorella e mio fratello mi regalano un cavalletto.

Ma in piedi sto scomoda. Sono maldestra e rovescio l’acqua ogni volta che mi muovo, mi spazientisco nell’ attesa che il colore si asciughi.

Dopo qualche mese il cavalletto è in soffitta.

Finito il liceo – con la camera da letto completamente ricoperta di scritte – decido che è finalmente arrivato il momento di imparare a disegnare.

Mi iscrivo al corso per illustratori della Scuola Internazionale di Comix e concluso il triennio inizio a condurre laboratori grafico-pittorici nelle scuole materne.

Tra un laboratorio e l’altro, divento mamma e (toh, pazzesco!) incontro altre mamme.

Inizio a produrre una serie di tele personalizzate, dei veri e propri ritratti grazie ai quali ho inaspettatamente riscoperto una parte di me che avevo messo in soffitta, insieme al cavalletto.

 

F.